mercoledì 22 aprile 2015
Essere Donald Draper
Poi all'improvviso cominciano a crollare le pareti, i mobili, i solai.
E ti trovi a cadere anche tu, da un altissimo grattacielo pieno di specchi.
Nella caduta vedi solo pubblicità ammalianti che sembrano guardarti e seguirti.
La caduta arriva alla sua fine e ti ritrovi di nuovo in poltrona, seduto, con la stessa sigaretta e il solito drink.
Quello descritta è la sigla di Mad Men.
Uno dei telefilm che più di affascinano degli ultimi anni.
Dove la ricerca di identità è praticamente il tema di fondo di ogni personaggio.
La scelta se sia meglio vendersi al mondo, come un prodotto pubblicitario, o seguire la propria indole.
Essere arte o commercio.
Illudersi di diventare qualcosa che si desidera o avere il coraggio di essere mediocre.
In ogni puntata va in scena la tua recita col mondo e con te stesso.
In cui apparentemente non avviene nulla ma succede tutto.
Soprattutto turbamento per come si riesca ad essere empatici verso personaggi così meschini da non avere il coraggio di ammettersi quello che si è.
Tu sei Donald Draper.
Un'identità che non esiste ma ti costruisci inevitabilmente.
Che viene cade a pezzi quando viene smascherata ma alla fine ritorna perché chi sa vivere senza una maschera?
sabato 7 febbraio 2015
Bella la musica, eh?
Pizzeria. Concentrato sui millemila discorsi intrapresi, ti accorgi che qualcuno del tavolo vicino al tuo vi guarda completamente rapito dai vostri discorsi.
Non è solo un impressione ma proprio vi sta ascoltando.
Uomo sui 70, a cena con la moglie con cui scambia poche parole.
Una volta arrivati a parlare di musica, si rompe l'argine e arriva la fatidica interruzione. L'uomo fa una domanda attinente il discorso chiedendo come si possa registrare la musica del proprio complesso.
Da lì un fiume in piena.
Per mezz'ora chiacchiere, ricordi, aneddoti, precisazioni, pipponi, vanterie tra i due musicisti.
Da interlocutore non esperto, ti metti ad osservare. Così come la signora che tenta di intervenire ripetendo "Bella la musica,eh?" svariate volte.
Quello che ti colpisce, oltre le parole, è la luce negli occhi di chi parla.
Intere storie piene di suoni.
Ed intanto continui a rimanere in silenzio e ad ascoltare.
Tanto sai che meglio della signora non sapresti dire.
Bella la musica, eh?
lunedì 19 gennaio 2015
Sacro e profano
Una ferita sanguinante, banalmente.
O un ambito per te irrisolto o irrisolvibile.
Ti sei chiesto, tanto ultimamente, cosa ti reca offesa.
Nonostante cerchi di essere razionale e oggettivo, non ci prendiamo in giro, ci sono cose che ti fanno male e odi quando qualcuno o qualcosa le colpiscono lasciandoti inerme.
E' qualcosa che impariamo già fin da piccoli, coi genitori o gli amici dell'infanzia.
Cosa ti offende?
Spesso può essere qualcosa di non risolto.
Con te stesso e quindi anche con gli altri.
Oppure di irrisolvibile come il rapporto col sacro.
In quanto tale, è qualcosa che esula dalla tua piena comprensione.
Solo un atto di fede.
Qualcosa che decidi che sia così, vicino alla tua visione del mondo ma quasi mai costante e palpabile.
Sfugge e cercando di inseguirlo, lo imbrigli in una struttura riconoscibile.
Spesso questo atto di fede si esprime in una religione.
Questa struttura per sostenersi richiede fatica e va manutenuta.
Difesa perché sei un essere cangiante e a volte ti senti spinto verso altro.
Per riconoscerti hai bisogno del tuo riferimento, per capire dove sei e dove stai andando.
Soprattutto come ti senti.
Fin dall'antichità, i greci riconoscevano la potenza degli dei e del fato.
Il concetto di sacro ce lo hanno dato loro.
Li temevano.
Per questa cosa immensa avevano introdotto anche una società.
Imperfetta perché fatta di molte singolarità relative.
Che si dava delle regole tramite il diritto.
Una di queste era la possibilità di fare satira.
Pensavo ad Aristofane.
Non era una mera presa in giro della religione ma la loro necessità di darsi un punto di vista per capire dove erano e dove stavano andando.
Il sacro non era inviolabile ma solo inspiegabile.
Sapevano che era un strumento utile per se stessi.
Sapevano anche che non equivaleva ad una mera offesa.
Per quella c'erano e ci sono tutt'oggi regole che accettiamo di rispettare nel momento che rimaniamo in società
La legge e la libertà di espressione camminano insieme.
Hanno introdotto la responsabilità.
Oggi ti chiedi se ti senti offeso da certe esternazioni.
Sì, per molte più di quelle che ti vuoi ammettere a te stesso, per quanto tu voglia essere "illuminato".
Ti incazzi perché essere sbeffeggiato ti rende debole, inerme e pieno di rancore.
Se ti senti offeso, hai il diritto di ricorrere alla legge che la società ti ha costruito intorno per tutelare la critica dalla becera calunnia.
La satira per me fa altro.
E' un'arma del debole contro il potente.
Un modo per parlare del sacro (che è un costrutto astratto), per riflettere su di noi.
E il sacro va sempre affrontato, mai recintato, in una continua ridefinizione.
Chi, in suo nome, commette atti contro le persone, confonde due piani diversi.
Quello della definizione dei limiti (il sacro) e quello che siamo (la società).
Personalmente propenderei per il secondo, in continua ridefinizione del primo.
martedì 30 dicembre 2014
Il solito post di fine anno...2014
Che palle, direte.
Tanto è una data come le altre ma il potere della suggestione della fine dell'anno è grande.
Così ti ritrovi a fare inevitabilmente i bilanci o, meglio, a farne ulteriori visto che non ti risparmi anche durante l'anno.
Affrontalo allora di petto.
2014 anno di merda?
Ti verrebbe subito di rispondere di sì per una serie di eventi negativi che ti hanno toccato come proiettili vacanti, vicinissimi.
Quel tanto che basta per tramortirti senza ferirti col sangue.
Esserne consapevolie senza esserne travolti.
Forse proprio per questo, pur nella loro drammaticità, riesci a vederli in maniera più lucida.
Moniti del Signore (per chi crede come me) o del caso (per gli altri), su come la vita sia un vortice di cose che di per sé possono voler dir tutto e niente, sta a noi dargli il senso che vogliamo in base a come ci colpiscono.
Rimanerne travolti, tramortiti, indifferenti o coscienti è una scelta che facciamo, molto più consapevole di quello che crediamo.
Va detto, in tutta onesta che anche queste parole rientrano nello stesso discorso.
Di per sé, non vogliono dire poi molto e sono pure abbastanza banali.
Quindi?
Se vale quanto detto sopra, quest'anno ci sono stati anche tanti bei momenti da portare con sé.
Spesso venuti casualmente, all'insegna dell'imperfezione e quindi stupefacenti.
Che siano cose come girare un cortometraggio, ritrovare cari amici e parenti lontani pieni di affetto, fare viaggi più lenti, festeggiare tappe importanti in famiglia, semplici serate con gli amici di sempre.
Alla fine sono veramente tanti questi momenti.
Sono momenti tuoi, stati interni, intimi.
A cui si è aggiunta la consapevolezza nel momento stesso in cui si vivono.
L'ingrediente essenziale.
E in quel preciso momento, nell'angolo delle stanza dove ti trovi, non importa in quale parte del mondo sei, c'è qualcuno che all'improvviso sorride.
Accorgendoti che quella persona sei tu.
Buon Anno a te
lunedì 29 dicembre 2014
Chi ha cuccato la Cuccarini?
Sei anche un po' cinico e sarcastico e commenti il mondo da quella certa distanza, da adulto vissuto e consapevole.
Poi però, per una serie di coincidenze, ieri ti sei trovato a fare la fila per farti una foto con la Cuccarini.
E non c'è niente da fare.
Quella maschera cade e torna quello sguardo.
Meno filtrato e più autentico.
Lei, semplicemente, saluta, fa le foto e augura buon anno.
In sostanza, niente di diverso da quello che farebbe un'altra persona.
Questo il dato oggettivo.
Poi cominci ad aggiungere che eri in compagnia di una sua fan di sempre.
Che era una figura del tuo immaginario di quando sei cresciuto.
Che nonostante il mondo dello spettacolo è rimasta sempre la stessa, di una cortesia e semplicità estrema.
Che ci teneva a darti l'augurio di buon anno guardandoti negli occhi.
Che prima consideravi troppo buonista ma col tempo l'hai rivalutata.
Non sai bene perché ne stai scrivendo.
I piani di coinvolgimento sono tanti e non tutti ben definiti.
E' capitato per caso, non ci stavi pensando.
Non rientrava assolutamente in nessuna necessità.
Ti ha fatto semplicemente piacere.
Di aver regalato un momento del genere ad una persona cara ed essertelo regalato anche a te.
Semplicemente un saluto, una foto, un bacio ed un augurio.
lunedì 17 novembre 2014
Senza parole
Non è un problema di bocca legata o una forma di dislessia galoppante.
Quella c'è sempre e ci stai facendo il callo.
Capiti invece di non riuscire a dire qualcosa.
Una sorta di risposta in qualche modo censurata.
Per chi, come te, ama avere sempre una risposta, quasi alla ricerca della spiegazione, del senso trovato e svelato al mondo.
Adesso capita di non saper parlare, lasciar dire al proprio interlocutore quello che ha da dire.
Possono essere sciocchezze, lamentele, farneticazioni oppure emozioni, esperienze, sensazioni.
Tu lì a sentire.
A volte ad ascoltare.
Non vuol dire che un commento lo si abbia, un'opinione valida quanto discutibile.
Allora stai zitto.
Perché...
Non sapresti spiegartelo, rientrando nello stesso loop del non doversi spiegare nulla.
Forse sono troppe le emozioni dietro certe parole o discorsi da non riuscire ad essere espresse.
Dialoghi con due livelli di comunicazioni talmente distanti da essere potenziali vasi di Pandora o vuoti involucri.
E ci sono le sfumature, i messaggi non verbali, i battiti e le occhiate.
Beh, almeno vuoi avvertire i tuoi interlocutori.
Ci sei sempre.
Presente, in ascolto. Tranquilli.
Semplicemente una risposta potrebbe non arrivare.
Magari ti stai semplicemente soffermando sulle domande.
Che si dicono essere il motore del nostro divenire.
Oppure sei stupido e non c'hai capito nulla.
Sta a voi interpretare.
sabato 1 novembre 2014
[Foliage americano day 13] Il mondo in valigia
Te ne vai col sorriso.
Di quelli sinceri.
L'immagine dei simpatici battibecchi familiari in salsa italo-americana è quanto di più preparatorio al rientro in Italia.
Dopo soli tre giorni ti sei ambientato tanto che ti sembrava di vedere scene già vissute, storie vecchie che in qualche modo ti ricordano chi sei e da dove vieni non importa dove sei in quel momento.
Gli Usa sono parte di te nonostante tutto e per fortuna.
Stavolta però hai dedicato questo viaggio alle persone non ai luoghi.
Fantastiche perchè umane. Colte dall'interno.
Torni contento.
Felici di averle riviste o conosciute.
Di aver condiviso le chiacchiere, il cibo e i riti.
Case moderne piene di spazio e case che ti hanno riportato vecchi ricordi d'infanzia.
Dove si vive le vite che si scelgono.
Che nascono da decisioni forti come l'emigrazione e diventano nuovi radici di un albero forse allucinato ma terribilmente emozionante.
Le valigie si riempiono.
Per poi far spazio ad altre.
Gironzolando per il mondo che visto nel planetario di Washington DC stupisce per quanto è piccolo e immenso allo stesso tempo.
Il globetrotter Simone