venerdì 18 settembre 2026
Tra le nebbie a strapiombo sull'oceano - Giorno 3, Stremoy, seconda isola. Lontano da tutti, col Gigante e la Strega a controllare la situazione
Il terzo giorno (in parte raccontato nel post precedente) era in origine dedicato alla seconda isola, quella più grande dell'arcipelago.
In particolar modo, alla parte nord.
Torneranno i punti cardinali nei giorni successivi.
C'è stato qui uno dei posti che più mi ha colpito di questo viaggio: il paesino di Tjørnuvík, la sua splendida baia e i faraglioni che si vedono in lontananza, chiamati il Gigante e la Strega, contornati da leggende.
Per arrivarci si segue una strada che costeggia l'isola con tratti a strapiombo sul mare, con anche un semaforo che regala i sensi di marcia con intervalli di circa 3 minuti per ogni cambio colore.
Questo per rendere l'idea di come lo spazio e il tempo siano qui interpretati in maniera diversa.
Il paesino non conterà più di 30 abitanti regolari e non ha neanche un cafè attivo fuori dalla stagione estiva. Aveva un solo negozio (chiuso) che vende materiali per i surfisti.
Il tempo non è dei migliori ma non piove.
Qui per esempio sembra che ci sia stato uno dei primi insediamenti vichinghi sulle isole.
La cosa affascinante è la baia col mare che a tratti presentava colorazioni chiare poiché il fondale non era solo di rocce basaltiche ma anche di altre bianche (calcaree?) che, in condizioni di migliori, avrebbero reso lo spettacolo ancora più suggestivo.
Tanto non era importante.
Ho avuto l'istinto di andare subito in spiaggia a seguire la marea cercando di cogliere la connessione tra terra, livello dell'acqua e la quinta offerta dai faraglioni.
Tirava un po' di vento e ho pensato a situazioni simili vissute in passato, specialmente nell'ovest dell'Irlanda.
C'è un qualcosa di stregato che lega l'oceano, il cielo plumbeo, la costa frastagliata e una speciale combinazioni di situazioni.
Vi invito a cercare sulla cartina il paesino e vedere come l'essere così isolato ma comunque abitato, tra l'altro con dietro un semiciclo di montagne a mo' di teatro, rende il tutto così tremendamente scenico e profondo.
Ecco, forse il concetto di profondità è un'altra cosa nelle cose da mettere nella lista dell'esperienze di questo viaggio.
Non si tratta di profondità di concetti e di pensieri filosofici. E' più una profondità legata all'ancestrale e all'antico, che lega la geologia di milioni di anni al senso umano di sensazioni.
A livello musicale, richiama la musica dei Sigur Ros, specialmente dal loro acerbo primo album (il brano Hun Joro su tutti). Suoni provenienti dalla terra ma cantati da voci quasi bianche.
Un livello diverso di percezione delle cose, tutt'altro che razionale.
Anche la valle della Saksun aveva qualcosa del genere, vista poco dopo ma sono la pioggia senza il tempo di stare.
Una cosa è importante dirla, a scanso di equivoci.
Qui bisogna "stare" per "sentire". La "corsa" turistica non rende purtroppo chiaro che qui non si viene (solo) per vedere ma per sentire.
Per sentire ci vuole tempo.
Prima citavo la musica che in questo è uno strumento che aiuta ad accelerare questo processo.
Questo luogo mi rimarrà nel cuore.
Sono contento che non sarà l'unico.
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