sabato 19 settembre 2026
Tra le nebbie a strapiombo sull'oceano - Giorno 4, Eysturoy, terza isola. Un mondo sinuoso dove non si vede mai la fine del mondo
Dovendo cambiare i piani giorno per giorno in base al tempo atmosferico, procediamo per la terza isola anche se ci rimane ancora da fare qualcosa nella seconda.
In particolare ci si muove verso il nord ovest dell'arcipelago e di nuovo si incontrano villaggi e scogliere alla fine di un percorso tortuoso.
Anche qui le testimonianze del passato risalgono alla presenza di monaci irlandesi che tentarono di colonizzare il villaggio Gjogv (il cui nome deriva da gorgo, neanche a dirlo qui di gorghi ce ne sono molti).
Una delle riflessioni che mi sono venute in mente in questo giorno è stato il rapporto che noi occidentali abbiamo con l'ovest come punto cardinale.
Se il sud ha sempre rappresentato il caldo e il calore in senso generale (popoli mediterranei e estendendo i deserti) e l'est è qualcosa che ha a che fare con le culture orientali, tendenzialmente (e erroneamente) più spirituali, l'ovest simboleggia la scoperta dell'ignota.
Nella nostra letteratura (e nella storia dell conquiste) andare a ovest ha sempre simboleggiato l'ignoto e la possibilità di scoprire posti nuovi, tendenzialmente incontaminati.
Colombo ha "scoperto" l'America ma già da prima anche i vichinghi ci hanno provato, fallendo la colonizzazione in Groenlandia e a Terranova.
Prendere una nave ed andare ad ovest è stato un processo fisico ma soprattutto mentale.
Se voglio scoprire vado ad ovest, se voglio riscoprirmi vado ad est.
Quindi mi immagino come in passato arrivare quassù, come tappa della rotta che attraverso l'Islanda porta alla Groenlandia e poi al Canada attuale, simboleggiasse tanto, soprattutto considerando la difficoltà di colonizzare rispetto alla terraferma europea.
Salendo vicino ad uno dei monti più alti di qui (si parla di circa 800 metri quindi forse neanche di monte si tratta) e vedere come tutta la conformazione delle terre intorno si intersechi tra di loro e apra scenari diversi, con sempre sullo sfondo l'oceano Atlantico, calmo o burrascoso, che insieme alla corrente del golfo genera uno stato di equilibrio sempre instabile sul tempo atmosferico e quindi su tutti gli spostamenti, genera un senso di inquietudine di per sé non necessariamente negativo ma sicuramente di propensione verso l'orizzonte, alla ricerca di qualcosa che non si riesce mai a definire con chiarezza.
Sicuramente si tratta di una forma di necessità che richiama la divinità greca legata ad essa, Ananke. Mi ha fatto pensare anche ad Ulisse e al suo viaggio in cui sono mischiati, per me, diverse componenti, tra cui il bisogno di andare incontro al destino esplorando l'ignoto per poi tornare e fare i conti con chi si era, si è diventati e cosa si vuole fare della propria vita attuale.
Tutto da lassù, dove per pochi minuti si aprono scenari paesaggistici unici (uno dei punti più intensi per me) ma che spariscono dopo poco per colpa delle nuvole.
Come se l'accesso all'illuminazione è roba di poco tempo, in cui devi cogliere l'attimo e non è detto che tu capisca cosa stai realmente vedendo: semplicemente un paesaggio o il riflesso di una parte di te che ti chiama per essere esplorata.
Chissà.
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